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Diverse esperienze della mia vita mi hanno segnato e mi hanno fatto crescere. Posso dire però, con senno di poi, che tutto ciò che mi è accaduto sia successo col fine di farmi reagire per poter sviluppare la mia consapevolezza interiore, per poter evolvere ed effettuare un totale cambiamento.

Tutto questo mi ha permesso di comprendere quanto la forza mentale sia in grado di modificare le percezioni di ciò che ci accade e quindi ritengo che ogni cosa apparentemente terrificante mi sia successa in passato, sia stato a fin di bene.

Ho deciso di rendere pubblica la mia storia per poter contribuire, essere di esempio e diffondere energia su chiunque in questo momento si senta sopraffatto dalla vita.

Mi sono ammalata di anoressia a quattro anni perché sono cresciuta rifiutando il cibo e venivo etichettata da tutti come la bambina strana, quella che doveva stare a tavola finché non finiva di mangiare tutto. Ci hanno provato in tutti i modi, cercavano di farmi mangiare a tutti i costi costringendomi con le botte e inducendomi un senso di colpa perché diversa dagli altri, obbligata rinunciare ad ogni cosa: se non finivo il cibo, non meritavo di giocare, non meritavo nulla.

Nel frattempo, mi trovavo in una situazione famigliare borderline, perché all’epoca, nonostante i miei stavano economicamente bene, in casa non regnava la gioia e tantomeno la tranquillità.

Mio padre usava raggirare i suoi problemi affettivi per mezzo degli alcolici cominciando a bere molto e sempre di più, fino ad arrivare ad alcolizzarsi al punto di perdere pian piano ogni cosa che possedeva compresi negozi, macchine, casa e gli affetti familiari.

Di conseguenza in quel periodo la relazione tra i miei genitori si sgretolò, tanto da spingere mio padre ad allontanarsi completamente da mia madre, finendo a vivere per strada e diventando così, un “senzatetto”.

Mi sono ritrovata in breve a vivere in case fornite dai servizi sociali e addirittura per qualche anno ho vissuto in un luogo che non era altro che il sottoscala di un supermercato, con muri altissimi e senza finestre, le uniche fenditure che vedevo erano al bordo del marciapiede della strada sovrastante ed il ricordo principale che ho di quel posto è il rumore dei carrelli delle persone che facevano la spesa. Un’altra “casa” invece era talmente piccola che non aveva nemmeno il posto per il bagno, un piccolo spazio dedicato a esso si trovava in mezzo a due scale. Era il periodo in cui grazie alla Caritas potevamo rifornirci all’occorrenza, di beni alimentari e vestiti.

Durante tutto ciò il mio pensiero andava al mio papà che sapevo dormire per strada o sulle panchine sotto qualsiasi tempo e temperatura, ricolmo di alcool e completamente solo.

Andavo a scuola, ma ero etichettata come la figlia del senzatetto.

Sguardi taglienti e giudizio mi mettevano in condizioni di sofferenza interiore, ciò nonostante, cercavo in tutti i modi di difendere ciò che rimaneva della mia dignità personale e in particolare di quella di mio padre, che per me era fondamentale.

Vedevo i miei compagni vestiti alla moda, ma io non me lo potevo permettere e seppur soffrivo per questo, piano piano cominciai ad apprezzare anche le magliette che mi regalavano gli operatori dalla Caritas.

Passai gli anni di scuola in difficoltà economica a causa dei miei fallimenti famigliari, i quali, non si rivelarono solo materiali, ma ovviamente, anche psicologici.

In quel periodo, oltre a ciò che vivevo emotivamente, assistetti al suicidio di una mia zia anziana, la quale, davanti a me, si buttò giù dal terrazzo. Fu uno shock tremendo! Questo fatto contribuì a elevare lo stato di agitazione e depressione di mia mamma che non si alzò più dal suo letto, per quasi otto anni.

Mi ritrovai sola, in una situazione di ansia e totale mancanza di amore da parte di qualcuno che potesse consolarmi, e di cui sentivo tanto il bisogno; in un momento di necessità legato anche alla mia crescita: in cui ogni bambino ha bisogno di essere protetto e rassicurato.

Sentivo di dovermi rendere utile per sopperire alle mancanze familiari, quindi, a causa dell’immobilità di mia madre, all’età di undici anni andai a lavorare per portare a casa un minimo di soldi, ma purtroppo capitai nelle mani di Franz.

Era un ultrasettantenne e purtroppo, un pedofilo. Mi ritrovai vittima di abusi che mi portarono a sviluppare crisi di panico e tanta paura. È difficile spiegare cosa voglia dire subire una realtà così dura e crudele quando sei solo una bambina e per di più, sola.

Vivevo in una situazione di povertà, con l’assenza totale di mia madre data la sua condizione psicofisica.

Percepivo la totale mancanza di amore incondizionato da parte di qualcuno che mi fosse vicino familiarmente, ma al contempo sentivo la determinazione e la voglia di difendere la mia dignità e ancora di più, quella di mio padre, “il senza tetto”: l’oggetto di derisione dei miei coetanei.

Mi sentivo in difetto; mi sentivo fuori dalla realtà indicata da tutti come la “Normalità”.

Quella “Normalità” che tanto desideravo, che mi avrebbe confortato e protetta come una coperta calda in una notte fredda. Quella normalità che mi avrebbe fatto sentire accettata, meritevole di far parte di questo mondo e di ricevere amore da un altro essere umano.

I miei vestiti erano un segno identificativo per me: della mia inadeguatezza, di ciò che avevo ma che non mi apparteneva, e di cui forse, non ero neanche degna.

Ogni cosa che mi succedeva segnava in me un solco, che però, man mano mi spingeva a reagire.

Ciò che sentivo crescere in me era il senso di responsabilità generato dal bisogno di aiutare la mia famiglia in ogni modo, ma ogni cosa che accadeva mi faceva sembrare come se tutto fosse contrario… come se il destino ce l’avesse con me, in quanto, “non meritavo nulla”; questa ormai era diventata la mia convinzione.

Fino a quattordici anni mi sentii inadeguata ad ogni cosa, anche a me stessa. Fino al momento in cui conobbi un ragazzo, il quale mi accolse nella sua famiglia che in parte, diventò anche la mia “famiglia” a livello affettivo.

Fu nel corso di quel periodo durato otto anni che, a mano a mano compresi che anche io potevo meritarmi cose belle dalla vita.

Nonostante la mia situazione di base non fosse cambiata nel totale, quell’amore ricevuto da tutti loro, mi portò a percepire ogni cosa in modo differente.

Di fondo compresi che il “non identificarmi realmente” con qualsiasi cosa potesse accadermi nella vita, mi avrebbe portato a percepire anche la felicità nelle piccole cose.

Questa è stata la mia grande fortuna; non identificarmi più con quello che di brutto mi stava o mi era accaduto. Tale cambiamento nel percepire me stessa come qualcosa di indipendente agli avvenimenti della vita, ha fatto sì che io mantenessi i miei sogni, anche se, al momento tutto sembrava irrealizzabile, insormontabile e immutabile. È stato allora che cominciò per me unpercorso “al contrario”.

Un percorso in cui ho cambiato le mie convinzioni: La mia vita, il mio passato. La mia situazione non sarebbe mai più stata una limitazione per me. Capii che molte cose potevano essere gestite a livello emotivo attraverso la mente. La Mente: il nostro grande super potere, lo strumento più potente che abbiamo a disposizione. Compresi pian piano come ogni cosa poteva essere gestita a livello emotivo. La mia anoressia, i miei attacchi di panico, mi buttavano giù nei momenti di depressione profonda. Ma quella non ero io. Capii finalmente di non dovermi più identificare con una situazione che – seppur dolorosa – non rappresentava ciò che ero, ma solo la condizione emotiva in cui mi trovavo in quel momento. Capii che nonostante il dolore e le difficoltà che mi circondavano avevo il diritto e la chance di creare quella vita che avevo tanto desiderato per me.

Decisi quindi di iniziare a identificarmi con tutto ciò che è amore, in primis per me stessa.

Impiegando tutte le forze che avevo, cominciai un percorso, senza scendere mai a compromessi con i miei sogni. Fu in quel momento che la mia vita cominciò a cambiare.

Partii e decisi di trasferirmi nella città che adoravo, Rimini. Iniziai a sviluppare l’idea di fare il lavoro che amavo: spettacoli di danza teatrale. La consapevolezza di quanto fosse importante la salute e il benessere fisico in questa professione cambiò il rapporto che avevo col mio corpo, e quindi, anche i miei comportamenti nei riguardi dell’alimentazione: potevo realizzare il sogno di diventare acrobata solo se avessi avuto un fisico sano, e quindi fuori da ogni “mancanza”.

Questo mi portò a guarire dall’ anoressia, perché ormai, essa non trovava più un senso: non c’era più spazio per lei nella “Nuova Me”.

Esprimevo me stessa attraverso il corpo, finalmente in maniera positiva e potente, tirando fuori tutta me stessa senza più paure. La danza era diventata la mia voce, era il mio modo per comunicare con me stessa e con gli altri. Capii che volevo portare un messaggio al mondo, che avevo tanto da dire, e che volevo aiutare le persone. “Se io riesco a gestire il cibo che è un bene primario, allora io posso gestire la mia vita, comunicando con il corpo forza ed energia, che sono ciò che sento nel profondo di me stessa”.

È stato il problema legato all’anoressia che mi ha fatto comprendere quanto la mente sia così forte da non farti mangiare e quindi, quanto essa lo possa essere in ogni ambito della vita.

Nel momento in cui siamo in grado di consapevolizzare tutto ciò, saremo in grado di gestire ogni cosa, modificando coscientemente quelle che sono state le nostre programmazioni mentali.

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